Quando il territorio cede, non è mai “solo maltempo”: è politica, prevenzione e memoria
A Niscemi, in Sicilia, la terra si è aperta come una ferita. Case affacciate sul vuoto, auto sospese su un bordo improvviso, famiglie costrette a lasciare tutto in poche ore. È una di quelle immagini che fanno tremare anche chi vive a mille chilometri di distanza.
Secondo le ricostruzioni dei media internazionali e italiani, la frana è stata innescata da una forte perturbazione e piogge intense; le evacuazioni hanno superato 1.500 persone e l’area è stata dichiarata ad alto rischio con una zona di esclusione.
La Protezione Civile nazionale conferma che il movimento franoso era già attivo dal 16 gennaio e che le criticità si sono aggravate rapidamente nei giorni successivi.
E qui arriva la prima lezione: non è accaduto in un istante, e non è “una sfortuna meteorologica”.
È un processo. E i processi, se li osservi, si possono gestire meglio di quanto spesso facciamo.
1) “È stato il clima” è vero. Ma non basta.
La pioggia intensa è stata l’innesco. Ma la pioggia non spiega tutto.
Nel caso di Niscemi, i tecnici descrivono un terreno permeabile composto da sabbie e argille e un fronte di frana lungo chilometri, in grado di generare crolli e deformazioni improvvise: un tipo di instabilità che, con piogge persistenti, può accelerare e “mangiarsi” porzioni di territorio.
Quello che conta, però, è la domanda che molti cittadini ripetono sempre dopo eventi simili:
“Perché qui si costruiva?”
È la domanda che torna in ogni disastro “naturale” italiano. E che spesso riceve risposte tardive, quando le case sono già sul bordo.
2) Il problema italiano non è la frana: è il Paese costruito sul rischio
Se Niscemi fosse un caso isolato, potremmo liquidarlo come tragedia locale.
Ma i numeri nazionali dicono il contrario.
Secondo ISPRA:
- il 94,5% dei comuni italiani è esposto a rischi legati a frane, alluvioni, erosione costiera o valanghe;
- la popolazione residente in aree a pericolosità da frana elevata e molto elevata (P3+P4) è circa 1,28 milioni di persone (2,2% della popolazione);
- e, più in generale, ISPRA evidenzia che nel 2024 milioni di persone vivono in aree esposte a rischio frane secondo la mappatura del dissesto idrogeologico.
Il punto è semplice: l’Italia è un Paese in cui l’eccezione è la stabilità, non l’instabilità.
E ogni volta che un evento estremo accelera un fenomeno già in atto, scopriamo che il territorio era fragile e che la prevenzione non ha fatto abbastanza.
3) Cosa è stato fatto a Niscemi (e cosa significa davvero “gestire un’emergenza”)
La gestione dell’emergenza, a Niscemi, ha mostrato il lato più virtuoso dello Stato: quando serve, la macchina si muove.
- evacuazioni, zona rossa, messa in sicurezza e controlli continui;
- supporto ai cittadini per recuperare effetti personali con l’assistenza di vigili del fuoco e polizia municipale;
- attivazione del Servizio Nazionale di Protezione Civile e valutazioni tecniche in corso.
Sono azioni fondamentali. Ma arrivano dopo.
E qui sta la parte più amara: l’Italia è molto brava nel soccorso (quando ormai qualcosa è successo) e molto meno nel prevenire in modo strutturale (quando si potrebbe evitare che succeda).
4) Cosa non è stato fatto: la prevenzione che costa meno dei disastri
Le cronache su Niscemi riportano un elemento ricorrente: frane e instabilità erano note da anni, con episodi in passato e una percezione diffusa che “prima o poi sarebbe successo”.
Questo non significa che esista sempre un colpevole preciso “da arrestare” (anche se è stata avviata un’indagine per disastro colposo, secondo RaiNews).
Significa una cosa più sistemica: in Italia tendiamo a convivere col rischio finché non esplode.
E convivere col rischio spesso vuol dire:
- urbanizzazione dove non si dovrebbe;
- manutenzione insufficiente di drenaggi e versanti;
- monitoraggi che arrivano tardi o restano frammentati;
- piani comunali e regionali che esistono, ma non hanno fondi o continuità.
5) Il confronto: perché all’estero sembra “diverso”?
Non perché altrove non ci siano frane. Ci sono eccome.
La differenza, spesso, è la continuità della prevenzione.
Nei Paesi che gestiscono meglio questi rischi, di solito si vedono quattro elementi più solidi:
- Zonizzazione rigorosa e applicata
Se una zona è a rischio elevato, la costruzione è davvero limitata e le deroghe sono rare. - Monitoraggio continuo (non emergenziale)
Sensori, radar, reti pluviometriche e geotecniche che fanno scattare allarmi progressivi, prima del collasso. - Piani di delocalizzazione chiari
Se un’area è destinata a diventare instabile, si prepara il trasferimento con tempi certi, prima che le persone perdano tutto. - Fondi strutturali, non solo “stato d’emergenza”
In Italia spesso si attivano fondi quando la crisi è già esplosa; la prevenzione, invece, richiede bilanci ordinari, anno dopo anno.
Niscemi mette a nudo proprio questo: l’emergenza mobilita (giustamente) risorse e attenzione; la prevenzione fatica a diventare priorità politica stabile.
6) Cosa ci insegnano i numeri: non è “Sicilia”, è “Italia”
Il caso Niscemi non parla solo di una città siciliana.
Parla dell’Italia intera, perché si inserisce in una tendenza strutturale:
- clima più estremo (piogge intense in finestre brevi);
- territori fragili;
- costruzioni storiche e recenti in aree vulnerabili;
- prevenzione ancora intermittente.
ISPRA continua a pubblicare report e mappe sempre più dettagliate sul dissesto idrogeologico. Il Paese sa dove sono le aree a rischio, e lo sa sempre meglio.
Quello che manca, spesso, è l’ultimo passaggio: trasformare la conoscenza in decisioni impopolari ma necessarie:
- non costruire,
- spostare,
- rinaturalizzare,
- investire prima.
Cosa dovremmo pretendere dopo Niscemi
Con lo sguardo di The Integrity Times, la domanda non è “chi è colpevole”, ma:
che cosa deve cambiare, perché il prossimo Niscemi non arrivi sempre in diretta TV?
Tre richieste concrete:
- Prevenzione finanziata come infrastruttura nazionale
Non un capitolo residuale: un piano stabile, pluriennale, con priorità territoriali chiare. - Zonizzazione e stop reale alle deroghe
Se un’area è P3/P4, si smette di fingere. Il rischio non negozia. - Delocalizzazione quando serve, con dignità e tempi certi
Se alcune case diventano non più abitabili (come già prospettato a Niscemi), lo Stato deve garantire percorsi rapidi, trasparenti, senza abbandonare le famiglie in un limbo.
Niscemi non è solo un disastro. È una cartolina brutale di come funzioniamo:
- sappiamo che il rischio esiste,
- aspettiamo che diventi emergenza,
- interveniamo bene nell’urgenza,
- poi la memoria si spegne e tutto ricomincia altrove.
Il problema, quindi, non è solo la frana. È la nostra memoria corta e la nostra difficoltà a investire in ciò che non porta voti immediati: la prevenzione.
E allora:
Quante Niscemi ci serviranno ancora prima di accettare che la sicurezza di un Paese non si misura dalla velocità del soccorso, ma da quanto riesce a evitare che il soccorso diventi necessario?
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